A mio parere e' tempo di fare qualche considerazione sul modello capitalistico che fino ad oggi ha caratterizzato le economie occidentali e le imitazioni di queste come e' successo in Cina e India. Se guardiamo a quello che e' successo possiamo innanzitutto fare una considerazione iniziale, e cioe' che il fenomeno della globalizzazione era inevitabile. Le economie capitalistiche con i loro ritmi produttivi e le loro bolle speculative non hanno altra ambizione che quella di cercare incessantemente nuovi mercati dove piazzare i loro prodotti. Questo fenomeno potrebbe anche farci riflettere sulla necessita' o meno di tutto questo livello di produzione e sulla sua effettiva utilita'. Sia per gli effetti devastanti che ha sull'ambiente sia perche' fin'ora non ha risolto il problema della poverta' e del sottosviluppo mondiale. Energie malamente incanalate e sovrastruttate. Tutto questo perche' la ragione ultima di tutto questo movimento e' il profitto, il denaro, non un bene materiale ma la possibilita' di migliori condizioni di vita, la promessa di accedere a beni e servizi, perche' il denaro e' una promessa e la sovrastima di questa promessa crea un dislivello tra quello che e' il valore intrinseco di beni e servizi e il loro valore in moneta. La globalizzazione ha dato un naturale sfogo a tutte le bolle che fisiologicamente si creano nelle economie nazionali capitalistiche. Cosi' e' per il costo delle case, dei beni di lusso, per i beni tecnologici e cosi' via. E non e' neanche tanto vero che la globalizzazione come dicono alcuni sarebbe stata indolore se gestita nei tempi, perche' l'economia di mercato e del profitto non puo' essere gestita si autoalimenta ed e' sempre in cerca di nuovi territori di espansione, sarebbe stato cosi' anche se avessimo avuto la possibilita' di tornare indietro nel tempo. Tutto questo lascia il tempo ad alcune considerazioni da fare che investono il settore economico e quello sociale. Oramai ogni sistema nazionale si regge sull'economia e in ultima analisi sul lavoro. L'organizzazione sociale e l'intero meccanismo statale si basa sul lavoro e sopratutto sulla disponibilita' di lavoro e la bassa disoccupazione. L'elemento uomo e' un semplice meccanismo nel complesso di un sistema che che una volta attivato in teoria funziona da solo, ma e' un meccanismo delicato e a volte ci si domanda come possa funzionare con tutte le inefficienze che presenta. Non esistono cure per i malanni del sistema e dato che ogni individuo che lo compone dipende in modo assoluto dal suo funzionamento in tutto e per tutto, le malattie sono eventi devastanti. La liberta' e la creativita' dell'essere umano oramai sono stati asserviti al sistema creando una dipendenza parassitaria, l'individuo senza il sistema non sopravvive e viceversa. Inevitabile e' anche il fatto che un sistema come questo sia centralizzato, ogni meccanismo complesso il cui funzionamento generale sfugge alle logiche elementari e' sempre governato da un organo centrale. Ecco perche' i governi delle economie capitalistiche hanno tutti un governo centrale, istituzioni centrali al di sopra dei cittadini comuni. Tutto questo enorme leviatano e' diventato sempre piu' complicato, sempre piu' ramificato e quindi sempre piu' vulnerabile e malaticcio. Quando qualcosa non va l'individuo privato dell'invisibile mano assistenziale del sistema e' perduto e pretende che tutto torni come prima. Il grosso legame tra individuo e societa' civile e' il lavoro. Il patto di convivenza in comunita' e' garantito solo dal lavoro e oggi il lavoro e' spersonalizzato, con l'unico obiettivo del profitto e molto spesso senza scopo. Una societa' capitalistica non investe sull'individuo e sulle sue capacita' ma sul profitto che va ai pochi ricchi che si nascondono dietro l'impersonalita' delle istituzioni e dei governi e di tutti quei soggetti economici che governano la vita di tutti i giorni. Questa crisi finanziario economica ha messo in luce chiaramente l'inutilita' del modello, la sovraproduzione, la sopravvalutazione dei beni e dell'economia reale, la speculazione spinta, tutta l'effimerita' di questa struttura economica ingovernalbile. Ora siamo invasi da un'ondata di liquidita', moneta priva di valore che va svalutandosi giorno dopo giorno mentre scompaiono le fondamenta dell'economia reale con l'innalzamento dei tassi di disoccupazione. Stiamo andando a sbriciolare anche il significato del vivere in societa', della convivenza civile, viene da domandarsi se convenga ancora economicamente parlando vivere in comunita' all'interno del sistema sobbarcandosi dei costi di questa impalcatura istituzionalizzata capace solo di creare costi, inflazione e sperperi che vengono sistematicamente ribaltati sulla societa' civile. Credo che presto, questione economica a parte, le fondamenta del quieto vivere civile verranno intaccate. Questo e' il tempo di nuovi conflitti sociali, di tempi troppo lunghi per riflettere sullo scopo della nostra vita. Per troppo tempo abbiamo vissuto il sonno della ragione affidandoci alla mamma sistema. Bisogna ripartire dall'individuo e dalle sue potenzialita', dalla tecnologia e dalle scoperte scientifiche, insomma dall'attivita' della ragione. La ragione contro i sensi, e' una battaglia di civilta' e di progresso. Il timore e' che si finisca nella spirale del declino con una nuova ondata di estremismo di destra e nuovi regimi dittatoriali che altro non sono che l'altra faccia della medaglia di questa civilta' capitalistica e liberista.
Chi sono?
Nasco primogenito in quel di Roma nel 1969 in una via foriera di mirabilanti e inimmaginabili prosperi futuri: via Lorenzo il Magnifico. Ancora attendo l'avverarsi di questa profezia. Per sommo errore una volta giudicato maturo dall'istituzione scolastica scelgo di fare Ingegneria. Questa scelta cambiera' drasticamente il mio destino e le mie inclinazioni mortificando inconsapevolmente ogni mia aspirazione e interesse. Dopo aver pagato a suon di stempiatura e diradamento di capelli la mia scelta vengo fagocitato dalla triste e mediocre realta' del lavoro da cui ancora oggi provo a stento di liberarmi con tutte le mie forze, ma oramai la routine ha fiaccato ogni mia velleita'.
venerdì 6 marzo 2009
martedì 24 febbraio 2009
Uno sguardo agli sviluppi futuri
Si sta delineando in rapide tappe un quadro politico economico molto importante. Innanzitutto il virus della crisi finanziaria ha invaso definitivamente l'economia reale e il mercato e' alla disperata ricerca di nuovi settori di business, nella mia piccola previsione prevedo tempi duri per l'universo di Internet e per le tecnologie ecologiche. Fin'ora le gigantesche possibilita' di drenare denaro da questi due settori e' passato inosservato, presto o tardi nuove regolamentazioni di questi mercati ancora in fieri metteranno il freno alla liberta' di cui godono questi settori. Ma la crisi finaziaria sta avendo i suoi effetti devastanti sull'economia mondiale. I tassi di disoccupazione stanno aumentando in tutti i paesi e le borse mondiali stanno vivendo una volatilita' di tutti i listini a dir poco eccezionale. La conseguente stretta creditizia nei mercati interni del mondo sta bloccando le iniziative produttive, molte aziende chiudono e si abbassano i prezzi delle materie prime e i volumi delle esportazioni. La conseguenza immediata e' un innalzamento della poverta' in tutto il mondo e l'aumento della sperequazione tra ricchi e poveri si fa sempre piu' ampia. I problemi migratori che stiamo vivendo in questo periodo sono poca cosa rispetto a quelle che saranno le conseguenze dell'immediato futuro. L'ONU ha lanciato l'allarme profughi Africa, l'ente ha calcolato che solo all'interno della somalia ci sono 1,3 milioni di sfollati e il fenomeno migratorio puo' rappresentare una vera e propria catastrofe umanitaria. Si intensificano anche i piccoli conflitti internazionali corroborati da una situazione di poverta' e vessazione che imperversa in tutti i paesi in via di sviluppo bloccati da quesa crisi finanziaria dell'occidente. Inoltre gli stessi paesi occidentali subiranno un processo migratorio che portera' la gente dalle campagne e dalle zone industriali periferiche verso le citta' a causa della perdita del lavoro. Le citta' saranno sempre piu' vessate da fenomeni di criminalita'. Il clima che si respirera' sara' quello di protesta e ci saranno possibilita' di scontri tra la popolazione civile. Di pari passo l'inflazione aumentera' e saranno inutli i tentativi delle banche centrali di abbassare i tassi di interesse, prova provata e' il fatto che sia in USA che in Europa si sta pensando di intervenire nel capitale delle banche con i soldi pubblici in un tentativo di riesumazione di nazionalizzazione di stampo comunista dirigista. Ecco perche' sta circolando la paura di una possibile chiusura dei mercati globalizzati e di protezionismo, aleggia su tutto il mercato un vento rosso di stampo comunista dirigista dove l'autorita' in questo caso e' rappresentata sia a livello nazionale che a livello internazionale. Con molta probabilita' sara' il periodo in cui gli stati occidentali si indebiteranno fino al collo per ripianare l'onda distruttiva del mercato finanziario e verranno introdotte misure di assistenza e di ammortazzatori sociali. Tutto questo andra' a scapito dei soliti paesi in via di sviluppo che pagheranno i costi di questa manovra mondiale. Ecco perche' questa tensione mondiale che si verra' a creare potrebbe essere il terreno fertile per una prossima guerra o per un intensificarsi e un moltiplicarsi dei conflitti mondiali. Restiamo sintonizzati per vedere come la situazione evolvera'.
Riferimenti:
martedì 27 gennaio 2009
Diario politico italiano: pagina 42
Oramai e' chiara la situazione italiana, ci stiamo avvicinando a grandi passi verso il periodo di stagnazione che ha devastato il Giappone e che ci portera' a differenza del Giappone vicini al default come e' successo in Argentina.
Al momento e' evidente che stiamo in recessione, aumentano i fallimenti si sussegono gli annunci di tagli di personale, si incrementano gli indici di disoccupazione, aumentano le domande di ammortizzatori sociali, chiudono le imprese. A un passo c'e' la fase di depressione.
l’Economist arriva a definire una depressione come una riduzione dell’attività economica pari almeno al 10% del PIL e di durata non inferiore a tre anni. Le stime dell'FMI non parlano ancora di queste cifre perche' si attestano intorno a una riduzione del 3% del PIL ma sono solo previsioni, la realta' potrebbe andare oltre ogni aspettativa. Quella degli anni 1929-1933, in America, fu senza dubbio una Grande Depressione, dato che durò ben 43 mesi con un crollo del PIL del 30% circa. All'aumento della disoccupazione e dei fallimenti ci sara' una riduzione delle imposte che si accompagna al calo dell’attività economica e l’aumento della spesa per sussidi di disoccupazione offrira' il minimo sostegno ai redditi. Dall'altro lato c'e' la banche centrale che tenta di perseguire politiche anticicliche, riversando liquidità nel sistema economico ogni qualvolta lo ritenga opportuno e nella misura desiderata. Infine, si è capito quanto sia essenziale sostenere il sistema creditizio, impedendo i fallimenti a catena di istituti bancari, che negli anni ’30 misero in ginocchio l’economia americana, ma il risultato e' parziale perche' non si riesce in ogni caso a sbloccare il credito.
Nel corso degli anni novanta, stagnazione economica e politiche di bilancio espansive hanno prodotto una forte crescita del debito pubblico giapponese che, nell'estate 2002, ha raggiunto il livello record di 670mila miliardi di yen pari al 134% del prodotto interno lordo. L'entità del debito accumulato è tale da creare serie preoccupazioni in merito alla sostenibilità del debito stesso, alle modalità di finanziamento e agli elevati costi economici e sociali di politiche che ne consentano la riduzione. In particolare, molti economisti sottolineano come il rapido invecchiamento della popolazione giapponese renda ancora più complessa la gestione del debito, rischiando di provocare tensioni e conflitti intergenerazionali. Comparando il caso del Giappone con quello del nostro paese, la relazione proposta intende analizzare e discutere alcune tesi riguardanti gli effetti e la sostenibilità del debito pubblico. A tal fine si esaminano le cause, la dinamica e le caratteristiche del debito giapponese che, a giudizio del relatore, in realtà non rappresenta il problema principale dell'economia giapponese. Avvalendosi dell'ampia e aggiornata documentazione statistica disponibile, la relazione analizza anche gli effetti della deflazione sul valore reale del debito pubblico, sottolineando come la diminuzione dei prezzi contribuisca ad aggravare il problema. Infine, sulla base di una lettura critica delle numerose pubblicazioni in lingua giapponese sull'argomento, si discuteranno le politiche di rientro proposte negli ultimi anni, sottolineandone le possibili conseguenze ed eventuali incongruenze.
Lo spettacolare peggioramento dell’economia giapponese negli anni 90 è paradossalmente derivato anche dal successo che essa aveva conseguito nelle ristrutturazioni effettuate negli anni 80. Grazie alla compartecipazione dei lavoratori e dei sindacati, le grandi imprese hanno accresciuto la loro capacità competitiva sul mercato mondiale attraverso l’introduzione di tecnologie informatiche e di un’automazione sempre più sofisticata da una parte e l’uso di numero sempre maggiore di lavoratori irregolari, a part time e di ogni genere possibile di lavoro segmentato ai costi più bassi dall’altra. I salari reali (in termini di potere d’acquisto) sono così rimasti invariati a partire dalla metà degli anni 70 in poi. Dall'altro lato il capitale delle grandi imprese giapponesi accumulato come denaro prese a venire riversato nelle attività speculative del mercato degli immobili e nella borsa di Tokyo. Anche le banche giapponesi e le altre istituzioni finanziarie spostarono, direttamente o indirettamente, le loro capacità di concedere crediti in maniera flessibile verso la speculazione sui mercati immobiliare e azionario. Così, a partire dal 1986 fino alla fine degli anni 80 si assistette allo sviluppo di una enorme bolla sia nel settore immobiliare giapponese sia nel mercato finanziario, bolla collassata proprio all’inizio degli anni 90. Poiché verso la fine degli anni 80 la prosperità economica del Giappone si trovava a dipendere dalla continua crescita della bolla speculativa che forniva la base dell’espansione della domanda di beni di consumo e di investimento, l’esplosione della bolla stessa ha provocato un calo della domanda effettiva attraverso la dissoluzione dei valori dei patrimoni azionari, obbligazionari e fondiari. Per stimolare la domanda interna e alleviare le difficoltà del sistema bancario, la Banca del Giappone ha via via ridotto il tasso di interesse ufficiale dal 6% nel 1990 all’1,75 nel 1993, continuando ad abbassarlo ulteriormente fino al minimo storico dello 0,5% nel settembre del 1995, superato poi dallo 0,1% del settembre 2001. Ma le banche non sono riuscite ad usare le facilitazioni di credito offerte della Banca del Giappone per espandere le capacità di prestito dato che il valore del loro capitale continuava a diminuire. Dato che negli anni precedenti i clienti più importanti delle banche giapponesi erano diventate le medie e piccole imprese, le agenzie immobiliari e le imprese di costruzioni, le continue difficoltà delle banche e la conseguente restrizione del credito hanno trasmesso una forte tendenza depressiva a tutte queste attivitá, tanto che il numero dei fallimenti annuali delle imprese è rimasto sempre elevato. Essendo più dei due terzi dei lavoratori giapponesi occupati nelle piccole e medie imprese, le tendenze depressive con l’alto numero di fallimenti sono diventate la causa principale dell’aggravamento delle condizioni del mercato del lavoro, caratterizzato da una disoccupazione costantemente in crescita.
Sembra quasi evidente quale sara' il nostro percorso economico. Al momento su tutto il mercato italiano l'unico investimento sicuro e' quello nel campo degli immobili ma presto questo unico cardine su cui si regge l'intera domanda interna crollera', e crollera' quando gli ultimi italiani con ancora dei risparmi consistenti spenderanno questi soldi per metterli nel rifugio immobiliare. Passato quel momento i prezzi delle case inizieranno a calare e a seguito di questo il resto dell'economia e della domanda interna iniziera' ad accartocciarsi su se stessa portandosi dietro l'intero comparto industriale italiano. Il nostro debito incomincera' a schizzare alle stelle e la banca centrale europea dovra' invertire la rotta rialzando i tassi di interesse per il sopraggiungere di una gigantesca onda inflattiva che ci portera' dritti dritti in un periodo di depressione.
Riferimenti:
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